A g r i C u l t u r a

Leonardo Laureti – Agronomist & Farmer

Obiettivi chiari e raggiungibili (di Luigi Caricato)

(dal blog Olio Officina)

La Dop è un buon punto di partenza, ma poi occorre fare in modo che l’olio acquisisca una propria identità, così da poter camminare con le proprie gambe. Oggi più che mai, è importante una gestione manageriale dei Consorzi. Ad affermarlo Leonardo Laureti, il neo presidente del Consorzio di tutela Dop Umbria

Luigi Caricato

E’ nato a Spoleto, in provincia di Perugia. In una regione di produzioni olearie rinomate.In una città di grande prestigio, sede tra l’altro dell’Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio.

Si chiama Leonardo Laureti ed è nato nel 1982. Si è laureato in Agraria presso l’Università Cattolica di Piacenza, corso triennale in “Scienze e tecnologie agrarie”. Dopo un periodo di studi presso l’Universitè Catholique del Louvain-la-Neuve, in Belgio, si è iscritto alla Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia, frequantando il corso di laurea specialistico in “Economia e gestione dei sistemi agroalimentari, ambientali e territoriali”, laureandosi con il massimo dei voti.

Laureti, agronomo, è membro dal 2009 della giunta regionale della Confederazione Italiana Agricoltori dell’Umbria e collabora presso uno studio tecnico di dottori agronomi, occupandosi di consulenza in campo agricolo e pianificazione territoriale. Dal 2013 è delegato dal Ceja, il Consiglio dei giovani agricoltori europei, ai gruppi consultivi sullo Sviluppo Rurale in Commissione Europea.

Tra i suoi impegni, c’è anche la conduzione dell’azienda agricola di famiglia, che si estende per circa 200 ettari nel Comune di Spoleto.

Laureti è stato appena nominato presidente del Consorzio di Tutela dell’Olio extravergine Dop Umbria. Con lui fanno parte del Consiglio di amministrazione Juri Amantini e Augusto Antonelli (vicepresidenti), Antonio Bachetoni, Anna Bartolini, Fabio Giulivi, Carlo Gradassi, Carlo Limoni, Zefferino Monini, Tommaso Petroni, Costantino Piacentini e Primo Spaziani.
L’elezione alla presidenza di un consorzio di tutela di una Dop ampiamente conosciuta sul mercato e nello stesso tempo prestigiosa per la qualità degli oli, implica una grande responsabilità. Quali sono gli obiettivi che ritiene fondamentali per gli anni della sua presidenza?
C’è una grande responsabilità e voglia di lavorare bene nel rappresentare un Consorzio di Tutela come quello dell’olio extravergine Dop Umbria nato nel lontano 1998. Occorre pertanto avere obiettivi chiari e raggiungibili. In primis quello di rafforzare quella che è la sua principale finalità ovvero la tutela del prodotto tramite un rafforzamento del sistema di vigilanza, poi occorre insistere sulla promozione. Infine fare in modo che una certificazione conferisca un effettivo valore aggiunto al prodotto. Il consorzio deve da una parte tutelare il consumatore nell’acquisto garantendo un prodotto di qualità certa, dall’altra deve guardare al settore produttivo incentivando la ristrutturazione degli impianti olivicoli e dei frantoi verso un modello di agricoltura moderno e innovativo.

L’Umbria con la sua Dop ha vinto una battaglia che altri territori hanno perso. Siete riusciti ad avere una denominazione che riporti il nome della regione, quindi più facilmente riconoscibile da parte di soggetti esterni all’Italia. Ha portato in concreto molti vantaggi il nome di una regione pur piccola ma universalmente nota, oppure per quanto concerne l’olio non ci sono stati vantaggi commerciali così significativi?
Un riconoscimento comunitario come la Dop è un buon punto di partenza ma poi occorre fare in modo che il prodotto acquisisca una propria identità tale da poter camminare con le proprie gambe, in un mercato globale che richiede una straordinaria dinamicità. Nel 1997 all’atto della presentazione della domanda di riconoscimento c’è stata una visione lungimirante che ha visto innanzi tutto la scelta della Dop piuttosto che dell’IGP alla ricerca di un maggior selettività. Inoltre ci fu l’intuizione di farla per tutto il territorio regionale con le 5 sottozone: colli Assisi-Spoleto, colli del Trasimeno, colli Martani, colli Orvietani, colli Amerini, per evidenziare le peculiarità olivicole di ogni territorio dell’Umbria. E’ nata così la Dop Umbria, la prima in Umbria e la prima a comprendere un’intera regione. Andare nei mercati con un nome di una regione italiana ad alta vocazione olivicola di certo aiuta molto ed evita di cadere nell’anonimato.
Consideri che in Italia ci sono 117 consorzi di tutela di prodotti a marchio Dop e Igp, alcuni sono molto rinomati e presenti sul mercato altri fanno fatica ad uscire dall’anonimato e a farsi conoscere nel mondo.

Una Dop, anche se di successo, non può conseguire successi ancora più grandi se il sistema delle Dop olearie non decolla. A mio parere la responsabilità è di una gestione di natura politica delle Dop. Infatti le Dop che funzionano sul mercato sono proprio quelle che hanno una struttura consortile più manageriale che politica. Condividete questa mia analisi?
Certamente oggi più che mai, è importante una gestione manageriale dei Consorzi. In Italia ci sono esempi di Consorzi con gestione meramente politica che hanno avuto difficoltà.
Tuttavia un aspetto non esclude l’altro: è importante che l’approccio nella gestione sia di tipo manageriale ma anche avere un supporto politico, soprattutto quando il prodotto in questione è fortemente legato al territorio e ha un forte valore paesaggistico ed economico.

Cosa è necessario fare per uscire dallo stato di impasse? Perché – al di là di alcune responsabilità dovute alla mala gestione delle Dop su tutto il territorio italiano – gli stessi italiani non comperano gli li Dop? Eppure di campagne di promozione ne sono state fatte, e in certi casi le scarse vendite sono da attribuire non ai prezzi più alti, ma proprio alla scarsa attenzione verso l’elemento della territorialità…
Al fine di ricevere la giusta remunerazione l’olio Dop deve trasmettere al consumatore una serie di valori positivi che molto spesso non vengono evidenziati. Così come accade nel mondo del vino con l’importanza che viene attribuita ai vitigni autoctoni, anche per l’olio è necessario far conoscere le cultivar locali. Acquistare una bottiglia di Barbera o di Sagrantino significa assaporare i profumi e i paesaggi di un territorio ben preciso, allo stesso modo acquistare una bottiglia di olio che proviene da cultivar come il Moraiolo, il Leccino, Il Rajo, o la Dolce Agogia significa passare dalla percezione di mero condimento, all’esaltazione gastronomica di un piatto. In sintesi, tutti devono fare la loro parte, il sistema produttivo deve migliorare la promozione del prodotto, così come il consumatore deve essere maggiormente consapevole dei suoi acquisti.

E se i produttori veri, quelli che lavorano per davvero in azienda, decidessero di essere loro i veri protagonisti, e non altri per loro, non pensa che potrebbe cambiare qualcosa? Faccio l’esempio del vino. Esiste l’Unione italiana vini e a dirigere e presiedere tale realtà – che a sua volta raccoglie varie associazioni interne, divise per tipologie di ruoli – sono i soggetti realmente coinvolti, non figure esterne legate a un vetero sindacalismo e a un vetero sistema politico, ma figure appunto reali, a capo di aziende piccole medie e grandi. Può essere una strada praticabile nel mondo dell’olio?
Il nostro consiglio di amministrazioni, per Statuto, è composto da tutti soggetti che ruotano, con diversi ruoli, nel campo dell’olio. Sono rappresentati coloro che coltivano gli olivi (olivicoltori) coloro che moliscono le olive (frantoiani) e coloro che imbottigliano (confezionatori). Quindi tutti i componenti sanno bene quali sono i problemi del settore perché lo vivono in prima persona quotidianamente. E’ importante che quando si rappresenta una Consorzio di Tutela si mettano in secondo piano le proprie aziende e si indossi tutti quanti la stessa maglia da gioco, per rappresentare l’intera filiera olivicola.

Per concludere, un’altra anomalia nel sistema delle Dop olearie italiane è la scarsa attitudine delle aziende a confezionare le Dop, rifiutando l’iter certificatorio sia per l’onerosità, sia per la mancata fiducia verso i meccanismi del mercato. In che rapporto percentuale si colloca l’Umbria dell’olio Dop certificato rispetto alla produzione regionale complessiva?
E’ importante sfatare anche alcuni luoghi comuni che la certificazione è solo un costo. In questi anni il consorzio ha lavorato anche per ridurre il costo della certificazione portandola ad un livello molto basso. Inoltre la certificazione non deve essere vista come un costo ma come un’opportunità, per valorizzare le proprie tipicità ed essere competitivi in un mercato globale. Il prodotto Dop Umbria certificato si attesta mediamente intorno ai 700 mila litri all’anno e pertanto sussistono margini di crescita .

In realtà avrei un’altra domanda: l’Umbria ha il vantaggio rispetto ad altre regioni di avere molte aziende grandi che confezionano il Dop, facendo così da traino alle piccole imprese. In che rapporti sono i piccoli produttori con le aziende di marca presenti in Umbria?
Le aziende di marca che si interfacciano con la grande distribuzione sono tenute a lavorare sui volumi, tuttavia nella strategia di differenziazione del prodotto, commercializzano olio Dop Umbria nel mondo prodotto da piccole aziende. Occorre rafforzare questo rapporto e mi auguro che l’olio Dop Umbria non sia relegato ad un prodotto di nicchia ma diventi un olio conosciuto ed apprezzato quale ambasciatore del territorio umbro nel mondo.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/07/2014 da in Politica agricola.
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